domenica 24 maggio 2020

IL RAZZISMO ISTITUZIONALIZZATO DEL MODELLO ANGLOSASSONE


Spesso quando i media occidentali parlano di paesi anglosassoni il primo aspetto che viene messo in evidenza è l'efficacia del loro modello di integrazione, esaltandone la multiculturalità e la tolleranza nei confronti di vecchi e nuovi processi migratori.
Altrettanto spesso, però, l'immaginario mediatico contemporaneo risulta se non falsato, quantomeno semplicistico.


Nonostante studi scientifici e ricerche accademiche ci ripetano in maniera quasi patetica che le razze non esistono contravvenendo alle più elementari osservazioni empiriche visibili anche ad un bambino, sono infatti molti i casi che testimoniano chiaramente come il sistema anglosassone sia fondato su un concetto di razza che è inconsciamente radicato in ogni strato della società pervadendo vari aspetti della stessa: dalla suddivisione dei compiti alle opportunità disponibili fino ad arrivare alla componente culturale.

Non appena entrai a far parte del sistema universitario inglese per completare il mio Master's Degree, ad esempio, mi fu subito chiaro come le cose fossero decisamente diverse rispetto a come ero abituato in patria. Il fatto che durante il processo di selezione mi venisse richiesta l'etnia di appartenenza, con una suddivisione che in genere comprende bianchi, neri africani o caraibici, asiatici e mediorientali, mi apparve sicuramente curioso e insolito, ma oggi come allora rimango fiducioso che il tutto possa ricollegarsi ad una mero dato statistico utile in qualche modo all'università. Lo stesso spero possa dirsi anche per un'altra richiesta stavolta riguardante i miei gusti sessuali e spirituali, sebbene in questo caso non riesca ancora oggi a trovare dei validi motivi per i quali la mia università dovrebbe essere interessata a quale genere e quale Dio io trovi attraenti.
Se la motivazione, come sembra, dovesse essere dettata da puri fini statistici, sarebbe sicuramente meglio fare queste domande dopo il processo di selezione e non prima, magari tramite un questionario opzionale da sottoporre allo studente già immatricolato.

Quello che all'inizio però era soltanto un episodio curioso, si trasformò nella norma quando dai miei piccoli confini accademici cominciai a vivere e ad analizzare la società inglese nella sua totalità, spaziando dal funzionamento quotidiano delle città e dei quartieri alla mentalità collettiva dei cittadini, fino ad arrivare alla strutturazione del mondo del lavoro, forse l'aspetto più importante da tenere in considerazione in questo caso.
Nell'accedere a quest'ultimo, infatti, non è raro imbattersi in percorsi di selezione riservati ai cosiddetti BAME (Black, Asian and Minority Ethnic background), cioè dei veri e propri percorsi privilegiati per i candidati appartenenti a minoranze etniche, differenziando così il processo di selezione su base etnica.
Il "privilegio" nasce dal fatto che questa suddivisione è stata istituita ufficialmente per favorire, e cito testualmente, i candidati "svantaggiati e sotto-rappresentati", lasciando ampi margini di interpretazione su cosa venga considerato uno svantaggio. Probabilmente non le possibilità economiche del candidato visto che durante il processo di selezione nessuno si è mai preoccupato di chiedermi quale fosse il saldo residuo sul mio conto corrente.


Abbastanza chiaro invece è cosa intendano per sotto-rappresentazione. Ce lo spiega egregiamente una delle aziende che più fa mostra, vantandosene, di questa differenziazione dei candidati su base razziale: la BBC, che in un articolo del 2016 si difende dalle accuse del quotidiano inglese The Sun, il quale, non senza ragioni, riscontrava del chiaro razzismo anti bianco nei processi di selezione degli impiegati del più autorevole editore radiotelevisivo del Regno Unito.
Nell'articolo in questione si legge come "offrire dei percorsi alternativi sia la cosa giusta da fare dal momento che le persone appartenenti a minoranze etniche sono sottorappresentate all'interno dell'azienda".
Ciò che la BBC non considera o fa' finta di non considerare, però, sta nel fatto che in questo modo la razza di appartenenza diviene un elemento funzionale al processo di selezione dell'azienda, al pari del titolo di studio o delle skills necessarie per farsi assumere. In poche parole cioè la scelta tra i candidati viene effettivamente effettuata su base razziale considerando quella determinata "skill genetica" come sovra o sotto rappresentabile all'interno dell'azienda. Lo stesso avverrebbe ad esempio se la BBC considerasse i biondi sottorappresentati tra i suoi dipendenti rendendo inevitabilmente il colore dei capelli un elemento necessario per farsi assumere.
In fondo all'articolo si legge poi come obiettivo finale della società sia quello di avere la metà dei dipendenti composti da donne e di avere una degna rappresentanza di LGBT e, appunto, minoranze etniche, le quali dovranno raggiungere una quota fissata al 15% sul totale dei dipendenti entro il 2020. Auspicando che questo obiettivo sia stato raggiunto non possiamo però fare a meno di notare come la BBC assuma ormai i suoi dipendenti con criteri che ricordano più l'eugenetica degli anni '30 che non quelli classici basati su esperienza e titoli di studio. A parità di curriculum (e speriamo solo in quella) prevarrà il candidato geneticamente più fortunato dunque, con buona pace dei maschi bianchi eterosessuali che potranno sempre entrare a far parte del club degli homeless i quali, almeno al 90%, condividono il loro stesso patrimonio genetico.

A macchiarsi di questa discutibile modalità nella scelta dei candidati migliori per una determinata posizione, non è soltanto la BBC ma centinaia di aziende private e pubbliche in tutto il Regno Unito comprese istituzioni statali. Non è raro infatti imbattersi in internships per accedere al Civil Service e dunque alle varie carriere governative, diplomatiche, ecc...riservate soltanto ai BAME. Anche per entrare a far parte delle forze dell'ordine ci sono dei percorsi differenziati per le minoranze etniche con tanto di locandine che mostrano poliziotti sorridenti di vari colori e generi, a parte ovviamente i maschi bianchi.


Le stesse categorizzazioni razziali sono riscontrabili non soltanto nella scelta degli impiegati ma anche nella suddivisione dei ruoli all'interno della società:
Chi si approccia al mercato del lavoro inglese per la prima volta senza avere particolari esperienze lavorative e titoli di studio, infatti, potrà riscontrare di persona come vari settori del mercato inglese (soprattutto nelle grandi città) siano monopolizzati da determinate etnie.
Il settore dei mini markets, ad esempio, è quasi totalmente in mano ad indiani e pakistani, i quali, con grande facilità, riescono a gestire negozi vecchi e fatiscenti anche in zone centralissime e costosissime delle città. Un'impresa questa quasi fantascientifica per un qualsiasi europeo che voglia aprire un'attività simile in una qualsiasi metropoli britannica.
Lo stesso dicasi per il mercato degli alcolici che è a sua volta controllato dagli stessi mini markets. Le grandi catene di supermercati accettano questo "patto silenzioso" e lasciano la vendita dei marchi di birra e superalcolici più famosi prevalentemente nelle mani dei loro colleghi più piccoli.
Non rimasi affatto sorpreso quando un imprenditore lombardo, ignaro di come funzionassero le cose, mi raccontò di come i suoi tentativi di investire nel settore vinicolo londinese si scontrarono con la realtà dei minimarkets indiani i quali, dopo vari boicottagi, lo portarono a rinunciare nonostante i 300 mila Euro investiti.

Tra gli altri settori mopolizzati su base razziale possiamo ricordare, tra i tanti, quello dei councils in mano a nigeriani e caraibici, quello immobiliare in mano a russi ed arabi, quello dei minicabs e del commercio di pietre preziose in mano a mediorientali e quello delle costruzioni in mano ad est europei.
Gli italiani devono invece accontentarsi di spartirsi il mercato della ristorazione con turchi e greci, e non è un caso che gran parte dei nostri giovani che arrivano a Londra debbano spesso lavorare come camerieri e lavapiatti nei ristoranti dei loro connazionali per poter sopravvivere.

Per concludere, permettetimi di fare un breve cenno anche sulle conseguenze culturali di questa accettazione inconscia della razza come punto cardine capace di influenzare i processi decisionali.
Una società nella quale la suddivisione dei ruoli per etnie di appartanenza è onnipresente in ogni settore, non può che avere degli effetti, seppur come detto inconsci, anche sulle relazioni sociali e in generale sulle modalità con le quali la comunità affronta determinate situazioni, entrando a far parte della cultura stessa di quella comunità medesima.
In poche parole in società come quelle anglosassoni emerge la questione razziale anche riguardo a vicende che potrebbero farne tranquillamente a meno. Quando un poliziotto bianco usa violenza eccessiva su di un criminale nero, ad esempio, si pone particolare risalto sulla razza dei due soggetti coinvolti, non soltanto sul piano mediatico e di rifleso sull'opinione pubblica, ma anche spesso su quello istituzionale. La conseguenza è che chi deve trovare la soluzione ad un problema non è in grado di farlo semplicemente perche non è in grado di realizzare quale sia il problema stesso.
Quella che nel caso del nostro esempio dovrebbe essere una mera questione di "guardie e ladri", e che dovrebbe portare le autorità a riflettere più che altro su come garantire più sicurezza dei poliziotti in servizio e su come ridurre degrado e criminalità all'interno di determinate comunità, si risolve invece in un questione razziale dove spesso ad apparire violento è chi è lì a garantire l'ordine piuttosto di chi è lì a delinquere e basta.
In questo modo tutto rischia di divenire una questione razziale distogliendo dal trovare le vere soluzioni ai veri problemi, fino ad arrivare alle conseguenze più estreme. Proprio in questi giorni ad esempio il sindaco di Londra Sadiq Khan è riuscito a fare dei morti causati dalla pandemia di covid-19 una problematica legata alle minoranze etniche, sostenendo che i BAME muoiono in percentuale molto più dei bianchi.
Subito il sindaco ha richiesto l'attivazione di varie commissioni speciali, con ulteriore spreco di denaro pubblico, per verificare le responsabilità, come se il sistema sanitario o il virus fossero intimamente razzisti e una volta scoperti debbano essere puniti non si sa bene come.
Anche in questo caso, dunque, si cerca una soluzione che non può essere trovata semplicemente perchè il problema non esiste. O meglio, se esistesse sarebbe legato sia a fattori insiti nello stile di vita dei "BAME", come i nuclei famigliari molto numerosi, sia a fattori legati all'organizzazione stessa della città come il sovrappopolamento degli innumerevoli quartieri multietnici di Londra.

Insomma se si vuole trovare un problema dovrebbe dipendere da questi elementi e non da motivazioni razziali che non esistono e che vengono amplificate da chi politicamente non ha nulla da dire.
E forse il punto è proprio questo, la consapevolezza dell'impossibilità di risolvere i veri problemi della comunità e la necessità di trovarne di fantasiosi per avere, quantomeno, qualcosa da dire.










Nessun commento:

Posta un commento