domenica 26 aprile 2020

LA GUERRA PERSA AL VIRUS



L'aspetto più surreale della situazione attuale in Italia e in Europa non è tanto lo stato di emergenza, la crisi sanitaria, o le difficoltà economiche che stiamo vivendo e che vivremo nei giorni a seguire, quanto piuttosto la totale assenza di responsabili non soltanto per l'esplosione incontrollata dell'epidemia a livello globale, nazionale e locale ma anche e soprattutto per lo stato in cui il sistema nazionale stesso si ritrova a dover affrontare una crisi anticipabile e gestibile, il tutto in un'epoca che, almeno in teoria, avrebbe potuto e dovuto imparare dal passato.


L'uomo, difatti, ha sempre affrontato sin dagli albori della sua storia situazioni difficili tra guerre, pandemie, e crisi economiche ma ciò che caratterizza negativamente la nostra epoca è l'impossibilità di fare affidamento su delle guide forti e affidabili e sulle capacità della comunità nel suo insieme di prevedere e combattere eventi nefasti prima che essi si verifichino e non soltanto durante o dopo lo svolgimento degli eventi stessi.
A maggior ragione, in un'epoca di trionfalismi scientifici e tecnologici queste necessità vitali dovrebbero essere totalmente garantite, eppure, ancora una volta, si assiste ad un'altra peculiarità del nostro tempo: il distacco radicale tra teoria e pratica.
In teoria i progressi scientifici e tecnologici avrebbero dovuto rendere il virus più prevedibile, più prevenibile, più curabile e nel complesso più gestibile mentre l'inflazione di organizzazioni internazionali varie avrebbe dovuto garantire una risposta più trasparente ed omogenea.
Nella pratica, invece, assistiamo ad una comunità scientifica confusa e contraddittoria, incapace di dare risposte tempestive e certe, e all'incapacità tecnologica di fornire strumenti nemmeno troppo sofisticati tra mascherine di stoffa, disinfettanti, respiratori e sistemi affidabili di tracciamento e classificazione di contagi e decessi.
Assistiamo poi alla manifesta incapacità di organismi globali in ambito sanitario, politico ed economico di dare qualsiasi risposta, non tanto per l'applicazione di misure concrete, che dovrebbe rimanere prerogativa degli stati nazionali essendo gli unici a poter valutare realisticamente la propria condizione, quanto piuttosto nello scambio rapido e credibile di strumenti, di informazioni e di previsioni sullo stato della pandemia.
Se ciò che dico è particolarmente vero per l’Occidente, primo fautore di scientismo e globalizzazione estrema, lo è un po’ meno per l’Oriente:

Mentre in Italia, infatti, illustri medici e scienziati parlavano di normale influenza, segretari di partito organizzavano aperitivi contro la paura e conduttrici di noti programmi televisivi, in onda in pieno giorno sulla più importante rete nazionale, invitavano ad abbracciare cinesi per non cedere all'intolleranza, paesi come la Corea del Sud cominciavano a limitare efficacemente la diffusione della pandemia.
Non è un caso che ad oggi, a distanza di un mese e mezzo, la Corea del Sud abbia sostanzialmente arrestato i nuovi contagi contando poco più di 200 vittime mentre il nostro paese abbia superato le 20mila vittime, una cifra destinata purtroppo a salire di molto. Ed è impressionante pensare come per un breve periodo i due paesi seguissero la stessa curva di decessi e contagi.
Si è trattato, per l’appunto, di una sottovalutazione del sistema nazionale nella sua interezza (e di quello occidentale nel suo complesso): Del mondo scientifico, di quello della comunicazione e ovviamente della politica, la quale, come detto, nascondendosi dietro lo scudo del "non è il momento delle polemiche" è bel lontanta dal mettere in mostra le proprie responsabilità e purtroppo come spesso accade il tempo farà pulizia delle piccole e grandi colpe lasciando soltanto un vago e collettivo senso di colpa e di fittizia responsabilità ritrovata.
Eppure si tratta di mancanze gravi per un sistema che almeno in teoria dovrebbe essere tra i più avanzati d’Europa.
Pur essendo io soltanto un semplice cittadino, senza la possibilità di disporre di canali informativi privilegiati nè tantomeno di servizi segreti, ecc... non ho fatto fatica a immaginare il rischio che avrebbe corso l’Italia nel caso di un contagio dalla Cina soprattutto dopo aver assistito alle immagini apocalittiche che giungevano da Wuhan a fine Dicembre con persone che collassavano in mezzo alla strada e chiuse a forza dentro casa in una città ridotta ad un immenso deserto urbano.
Di fronte a queste immagini, appunto, e dopo essere venuto a conoscenza dell’estensione dell'area posta sotto quarantena dalle autorità cinesi con una popolazione pari a quella italiana, fu immediatamente uno il timore che si fece strada nella mia mente: La quarantena totale per l'intero territorio nazionale italiano con ingenti perdite di vite umane e danni economici incalcolabili.

La responsabilità, però, non sta solo nella sottovalutazione dell’epidemia e nell’incapacità di coglierne la portata nonostante i chiari segnali, ma anche e soprattutto nella sopravvalutazione (inscenata o meno) della capacità di tenuta dell’impianto strutturale del Paese nel suo insieme.
Non è mai stato un mistero, grazie alle notizie che giungevano dalla Cina, che il Covid-19 fosse un'influenza polmonare particolarmente aggressiva capace di provocare la morte non soltanto negli ultraottantenni e nelle persone con gravi  patologie pregresse, come inizialmente le autorità lasciavano intendere, ma anche in quelle decisamente più giovani e con patologie estremamente comuni come diabete e ipertensione. Ma non solo, il dato da prendere più seriamente in considerazione era sicuramente quello sui ricoveri in terapia intensiva trattandosi dell’elemento più incisivo nel determinare il collasso dei sistemi sanitari di mezza Europa.
L’errore dunque risiede nell’aver sottovalutato un’eventuale diffusione del contagio a fronte di un sistema sanitario che stando ai numeri cinesi, non sarebbe stato in grado di reggere neanche per una settimana. E così è stato.
L’elevato tasso di mortalità in paesi come Italia e Spagna, dunque, è da ricollegarsi direttamente all'insufficienza di posti a disposizione nei reparti di terapia intensiva in rapporto alla portata dell'emergenza. Dopo la prima settimana, nelle zone più colpite di entrambi i paesi, era infatti chiaro che soltanto ad una certa percentuale dei malati gravi era garantito un ricovero adeguato mentre la maggior parte moriva in attesa di un posto in ospedale o, in alcuni casi, nella propria abitazione in attesa di un’ambulanza che o arrivava troppo tardi o non arrivava affatto.
Si moltiplicano anche le testimonianze di malati in fin di vita ai quali è stato negato il tampone proiettando al rialzo le reali stime su contagi e decessi.
Trattandosi, come detto, di un’influenza polmonare è chiaro come la disponibilità di un ventilatore in assenza di farmaci specifici possa fare la differenza sulle speranze di guarigione, aiutando il malato a sconfiggere il virus con le proprie forze. E invece, a un mese e mezzo dall'emergenza, la seconda potenza industriale d’Europa fatica a trovare tutto, dalle mascherine, importandone di contraffatte dalla benevola Cina, ai disinfettanti fino ad arrivare appunto ai respiratori con una sola azienda italiana in grado di produrli.



Non va meglio neppure sul fronte tamponi dove oltre al solito problema della produzione insufficiente, si aggiunge quello della variazione quotidiana del campione di persone al quale viene effettuato il test rendendo completamente inattendibili i dati sull’aumento dei contagi e quelli sul tasso di mortalità.
L’efficacia della statistica nel tramutare gli eventi in numeri e grafici così viene compromessa rendendo più difficile trovare soluzioni concrete come testimonia ad esempio anche il dato sui ricoveri in terapia intensiva che in questi giorni risultano essersi arrestati sulle 4mila unità senza che nessuno però tenga conto del fatto che questa stabilizzazione potrebbe essere una conseguenza dell’esaurimento dei posti a disposizione. Confusione anche sul fronte dei numeri dunque.
Una situazione, questa, non molto diversa dal resto d’Europa come testimoniano l’appello disperato del Segretario di Stato per la salute e gli affari sociali del Regno Unito, Matt Hancock, affinchè le aziende del paese convertano la produzione in respiratori polmonari per sopperire ai pochissimi in possesso dell’NHS, o quello del presidente francese Macron che promette “piena indipendenza" entro la fine dell’anno per la produzione di milioni di mascherine e migliaia di respiratori, una promessa di ritrovata sovranità nella produzione di strumenti indispensabili per affrontare una pandemia che però rivela una grave scarsità degli stessi anche in una potenza industriale come la Francia, un’altra potenza che negli ultimi decenni ha fatto troppo affidamento sulle importazioni dall'estero.

Cosa si poteva fare dunque per evitare, o quantomeno contenere, un disastro che ha coinvolto in varia misura ogni singolo settore della nostra società compresi quelli che credevamo essere i più avanzati ed infallibili?
Innanzitutto serviva coraggio, quel coraggio decisionale che soltanto una leadership forte può vantare ma che in Europa manca ormai da decenni. La frammentazione delle decisioni nelle mani di una pluralità di soggetti non fa che compromettere tempi e modalità di scelta rendendo tardive ed inadeguate le soluzioni.
E se questa pluralità molto raramente converge su di un’unica scelta azzeccata, molto più spesso converge su più decisioni sbagliate. Basti pensare come quasi tutte le istituzioni chiamate a dare risposte all’emergenza, da quelle politiche a quelle tecnico-scientifiche, dall’UE all’OMS, abbiano calcolato erroneamente la portata della stessa, giungendo non soltanto a decisioni sbagliate ma anche a conclusioni prive di ogni raziocinio come quelle date dal mondo scientifico all’inizio della pandemia tra mascherine no, metro di distanza, PER o CON coronavirus, e tante altre che non vale neanche la pena elencare.
Per non parlare, ovviamente, di quelle date dal mondo politico: Tralasciando gli abbracci, gli aperitivi e i proclami su una situazione definita sotto controllo appena pochi giorni prima della catastrofe, ciò che emerge è un sistema totalmente incapace di analizzare ed anticipare ogni singola fase dell'emergenza a cominciare dagli esordi.
Captando i segnali dalla Cina, infatti, sarebbe servito il coraggio di chiudere immediatamente le frontiere da e verso la Cina non soltanto bloccando i voli diretti ma anche quelli che facevano scalo in altre parti d’Europa e del mondo.
Nell’era del trionfo tecnologico non sarebbe certo stato difficile tracciare tutti i passeggeri che fossero passati per la Cina nell’ultimo mese anche solo controllandone i passaporti.
Non sarebbero ovviamente mancate le opposizioni di coloro che già hanno gridato al razzimo e al danno economico di fronte alle mezze misure messe in campo dal Governo italiano quando la situazione era ormai compromessa, ma il coraggio è sempre premiato dalla storia mentre la debolezza e l’indecisione ne vengono travolte.
Una volta che i contagi fossero proseguiti al di fuori della Cina in altre aree del mondo, specialmente in Europa, si sarebbe dovuto procedere a chiusure progressive in base all’entità del contagio in una determinata regione, ad aperture graduali in base alla regressione dell’epidemia (come avremmo già potuto fare con la Cina), e a quarantene forzate per chiunque fosse sfuggito ai controlli in questione.
Tale strategia avrebbe provocato senza dubbio danni economici ingenti ma in misura estremamente inferiore rispetto a quelli che stiamo provocando oggi, dove oltre al mercato estero risulta bloccato anche e soprattutto quello interno che invece avrebbe potuto rimanere almeno parzialmente attivo seguendo la strategia di cui sopra.
Misure del genere richiedono ovviamente una struttura organizzativa efficiente, risorse economiche imponenti e soprattutto una leadership forte e coraggiosa che, mancando un po’ ovunque in Occidente, ha lasciato spazio a quelle mezze decisioni che oltre a delle morti evitabili sta provocando anche danni economici senza pari.



Questa esigenza di reagire in maniera forte e decisa è resa necessaria soprattutto dalle condizioni del sistema sanitario non soltanto nazionale ma anche europeo. Non vi è infatti un singolo paese in Europa che negli ultimi 30 anni non abbia visto tagli imponenti a strutture e personale sanitario con un conseguente calo di posti letto negli ospedali e nei reparti di terapia intensiva.
Italia e Spagna, i due paesi europei finora più duramente colpiti, possono contare infatti rispettivamente su 2,6 e 2,4 posti letto ICU totali ogni 1.000 abitanti classificandosi al diciannovesimo e ventesimo posto su 23 paesi europei (Dati Ocse), in contrasto con la Germania che con 6 posti letto ICU totali ogni 1.000 abitanti, è invece ai vertici mondiali della classifica insieme a paesi come il Giappone, la Corea del Sud e la Russia, tutti paesi che non a caso vantano tassi di mortalità per COVID-19 estremamente bassi.
Non è certo un mistero, come già detto in precedenza, che di fronte ad una pandemia conti anche e soprattutto la solidità del proprio sistema sanitario in termini di quantità e non soltanto di qualità come nel caso dell’Italia che se negli anni ’80 abbinava entrambi gli aspetti, oggi conserva, seppur con sempre maggiore difficoltà, soltanto il secondo.
Inutile elencare in questo caso a chi siano attribuibili le responsabilità. Chiunque sia un medio conoscitore degli eventi politico-economici degli ultimi 30 anni saprà infatti chi furono e chi sono gli esecutori materiali dei tagli e chi i mandanti.
Il problema è che mentre gli esecutori si sono almeno in parte resi conto degli errori del passato e della necessità di tornare ad investire nella sanità pubblica, i mandanti si ostinano a perseverare nei loro vincoli di bilancio, parametri, deficit, ecc...tanto che ora, per uscire da una crisi senza precedenti, ci propongono Mes “light” e fondi vari finanziati dagli stessi Stati membri, in ogni caso sistemi di finanziamento a debito che impongono rigide condizioni da rispettare.
Prestiti nudi e crudi dunque, una follia in un momento in cui l’economia ha bisogno di liquidità immediata a fondo perduto.
Forse è per questa miopia liberista che un paese di media importanza internazionale come la Corea del Sud, non appertenente ad alcuna unione sovranazionale, con un PIL inferiore a quello italiano e con una banca centrale nazionale, ha a disposizione piu posti letto della Germania ed ha affrontato l'emergenza in maniera impeccabile stanziando i fondi necessari in un battito di ciglia mentre noi, a distanza di quasi due mesi, siamo ancora in attesa che un gruppo di funzionari stranieri decida come fingere di aiutare al meglio gli Stati membri.

Il divario enorme tra alcuni paesi extra europei e quelli europei, infatti, si è mostrato in tutta la sua crudezza non soltanto nel settore della sanità ma anche in quello della produzione: Nessun paese europeo è in grado di autoprodurre qualsiasi strumento necessario per affrontare una pandemia, dalle mascherine ai ventilatori, e anche a distanza di settimane questa carenza perpetua non accenna a placarsi.
Come sempre nella vita, si spera che questa sconfitta, perchè di una sconfitta si tratta, serva a farci imparare dagli errori del passato e cominci a farci preferire qualche posto letto in più negli ospedali rispetto ad uno 0.001% in meno a pesare sul deficit.
Occorre ritrovare coraggio, volontà e sopratutto la consapevolezza che la nostra epoca non è invincibile ma fragile come e più di quelle del passato a causa delle sua estrema interdipendenza resa evidente da un virus in grado di arrivare da Wuhan a Codogno in un mese.
Non dimentichiamo dunque queste fragilità, tralasciando tutte quelle tematiche futili che ci hanno distratto negli ultimi decenni. Torniamo a costruire intorno ai due valori che più hanno fatto da guida all’uomo nel corso della sua storia: quelli della morte e della vita.

Alessandro Vittorini - MSc, London School of Economics and Political Science










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